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Manteblog di Massimo MantelliniPiccole diffamazioni senza importanzaSu segnalazione di Alessandro Gilioli ho letto (velocemente) i tre articoli che hanno procurato al giornale online Legno Storto altrettante querele da parte di personaggi noti del mondo politico e giudiziario (Piercamillo Davigo, Luigi Palamara e Salvatore Carai). In particolare Davigo ha chiesto 100.000 euro di risarcimento per questo articolo. Mi hanno abbastanza sorpreso i commenti da Gilioli: mi sarei aspettato il solito luogo comune sulla giustizia che farà il suo corso e sul diritto di ciascun cittadino di interpellare la magistratura nel momento in cui si senta diffamato. Invece i commentatori di Piovono Rane si dimostrano meno garantisti del garante e invocano una rapida punizione per il Legno Storto (che per quel poco che ho letto mi pare una testata adeguata alla signorilità del nome che si è scelta). Ma non è ovviamente questo il punto: il punto è che tutti noi dovremmo accettare l’idea che con la democratizzazione delle opinioni che Internet consente ogni giorno di più, siano da rivedere le soglie del diritto di critica. Questo per molte ragioni: le principale sono secondo me due: 1) Abituarsi alle critiche, anche a quelle feroci, è un prezzo che va pagato alla circolazione delle opinioni. Se queste aumentano, se il loro aumento è un valore complessivo per tutti noi, allora è necessario comprendere che quel prezzo è equo ed utile e che chiunque si chiami fuori da questo circolo virtuoso (con i limiti ovvi dei casi di chiara diffamazione) di fatto si oppone all’aumento della democrazia complessiva della nuova società collegata. 2) Dobbiamo rivisitare l’idea di quale sia il luogo della critica. Nei casi di diffamazione a mezzo stampa siamo stati per decenni di fronte ad un sistema di scala dove la piccola diffamazione era acuita dal grande megafono. Perchè tipicamente politici, magistrati, imprenditori, star dello spettacolo e celebrità varie si trovavano citati dentro un apparato comunicativo numericamente piccolo ma molto potente. Oggi la scala si è invertita e nella grande maggioranza dei casi siamo di fronte a molti potenziali diffamatori di bassa portata (con tutto il rispetto per i numeri del LegnoStorto che non conosco). Cosi’ quello che spesso si verifica è una sorta di fenomeno paradosso dove la querela del Davigo di turno prende spessore ed audience solo dopo il suo annuncio, con tutte le complicazioni che questo comporta in termini di responsabilità finale. Credo abbia ragione in ultima analisi Alessandro. Ho letto i tre fastidiosi articoli di Legno Storto (loro li definiscono “duri”) che hanno generato le querele di Davigo, Palamara e Carai e certo non mi illudo che nessuno di costoro (che sono persone pubbliche per le quali la scala comunicativa dovrebbe avere un valore diverso da quella della signora Pina, 2° piano interno 4) decida di darmi retta. Quello che so è che se fossero persone che apprezzano (come me) la libertà di opinione che Internet ha così improvvisamente elevato quelle querele dovrebbero rimetterle. Categorie: Blog
Il Ministro dei TemporaliCategorie: Blog
Vendo libri sottolineatiAlessandra Farabegoli sulla nuova funzione di sharing degli highlights su Kindle. Ma non è finita: mentre si legge un libro, capita ora di vedere – segnate da una tenue sottolineatura – le frasi che sono state evidenziate da altri lettori, accompagnate da una piccola nota tipo “42 people highlighted this”. Un po’ come quando, prendendo in prestito un libro dalla biblioteca, trovavamo sottolineati i passi che altri lettori prima di noi avevano ritenuto importanti. Categorie: Blog
Hackerato iTunes
p.s. intanto cambiate password. Categorie: Blog
Anteprima Punto InformaticoContrappunti su Punto Informatico di domani. *** La marcia degli editori verso il modello a pagamento procede lentamente. Dopo un anno di proclami e pubbliche lamentazioni nessuno sembra davvero ansioso di imporre ai lettori i propri contenuti solo su abbonamento. Ci ha provato in questi giorni il Times di Londra, di proprietà della News. Corp. Di Rupert Murdoch, uno dei più accesi sostenitori della necessità di far pagare le notizie in rete, con una proposta commerciale originale: 1 euro e 50 per un pass di 24 ore o, in alternativa, un abbonamento settimanale di 3 euro (dopo 30 gg. di prova gratuita a 1 euro e 50). In Italia IlSole24ore sta sperimentando da qualche tempo un modello ibrido (simile a quello annunciato dal New York Times) che prevede la consultazione su base mensile di un certo numero di articoli del proprio sito web (nel caso del Sole si tratta di 20 articoli). Superata la soglia dei venti articoli l’editore propone la sottoscrizione di un abbonamento mensile con prezzi a partire da 9 euro/mese. Per ora il walled garden non sembra troppo protetto visto che, come scrivono in molti in rete, è sufficiente cancellare i cookies per azzerare il numero di articoli già consultati. Altre offerte che destano non poche perplessità, sempre riferite al mercato italiano, sono quelle della versione digitale dei quotidiani che è possibile acquistare in un formato PDF consultabile dentro la finestra del browser. La propongono da qualche tempo sia Repubblica che il Corriere che lo stesso Sole24ore a prezzi variabili dai 15 euro mensili di Repubblica ai 34 euro del Sole24ore. Nel caos delle mille differenti offerte commerciali che riguardano sostanzialmente lo stesso prodotto, offerto a condizioni molto differenti su differenti piattaforme, varrà la pena ricordare che sia Repubblica che Corriere offrono per ora gratuitamente su iPad lo stesso prodotto che vendono a prezzi non esattamente concorrenziali in formato PDF. Se ci si sposta poi ad osservare ciò che accade nel mercato mobile la confusione se possibile aumenta ancora e coinvolge non solo gli editori e le loro mille incertezze ma anche gli operatori telefonici. Ormai da molti mesi l’accesso ai contenuti del sito mobile di corriere.it e gazzetta.it è a pagamento per chi accede con una Sim di un qualsiasi operatore mentre Repubblica.it è a pagamento solo per chi utilizza le Sim di Tre, mentre resta di libero accesso con gli altri operatori telefonici. Quale sia poi il valore aggiunto che ci consigli di pagare per accedere sul piccolo schermo di un telefono cellulare agli stessi contenuti che sono offerti gratuitamente da un qualsiasi altro accesso a Internet davvero è difficile da capire. La verità è che gli editori si rivolgono ai propri clienti parlando lingue diverse a seconda che i loro spettabili interlocutori si trovino nel salotto, in cucina o nel bagno di casa proprio e questa o è una miopia formidabile o va archiviata nella ormai corposa cartelletta denominata “furbetti del quartierino”. Se il principio secondo il quale ognuno ha diritto di disporre commercialmente di ciò che produce nelle maniere che meglio ritiene è vero, è contemporaneamente difficile da accettare che lo stesso bene abbia così ampi margini di remunerazione dentro un sistema (la rete Internet) che è ormai sostanzialmente omogeneo. Nessuno paga volentieri tre volte per lo stesso bene, nessun editore può essere così ingenuo da credere che i propri utenti su iPhone o sul web, su Kindle o su carta siano persone completamente differenti. Già i modelli di business basati sul fee sono molto difficili da accettare dopo un decennio di accesso gratuito alle notizie, se a questo si aggiunge la scarsa capacità di organizzare una sola offerta credibile per i propri clienti nel momento in cui si decide di cambiare strategia, allora davvero le possibilità di successo si riducono al lumicino. SkyTg24 ha rilasciato in questi giorni una splendida app per iPad che consente di seguire live l’ottimo canale satellitare all news). I prezzi del servizio sono invitanti (1,59 euro al mese, 5,99 euro per 6 mesi e 9,99 euro per un anno) e seguono un periodo di prova gratuita di 30 gg. Ma nonostante tutto questo indubbio buonsenso tariffario mi chiedo: perché dovrei pagare per un servizio che già pago con l’abbonamento mensile a Sky? Forse perché l’accesso in mobilità è un valore che merita di essere retribuito a parte? Non mi pare. Logica vorrebbe che l’app per iPad di Skytg24 fosse a pagamento per tutti (ai prezzi ragionevoli citati prima) ma fosse compresa nell’abbonamento mensile dei tanti clienti Sky che decidono di dotarsi di iPad. Funziona così: la polverizzazione dei device elettronici crea opportunità e valore per gli editori ma non li autorizza a pensare che lo sviluppo tecnologico crei magicamente 5 clienti dove invece ce ne è uno solo. Non è difficile capirlo, così come non è difficile capire che la moltiplicazione dei device avvicina davvero migliaia di nuovi possibili clienti da conquistare con i propri contenuti e servizi, magari, continuando con l’esempio di Sky, seguendo un percorso inverso che va da iPad alla Tv casalinga. Un percorso che è una nuova opportunità che fino a ieri non esisteva. Scegliere di ignorare questa sostanziale unità di tempo (oggi) e di luogo (la rete Internet) significa intestare una nuova cartellina nel grande archivio delle imprese editoriali dal titolo “Le rose che non colsi”. Categorie: Blog
Degli ultimi suoi giorni tristiCategorie: Blog
Google Me
(via Il Giornalaio) Categorie: Blog
Linguaggi di domaniAnche Youtube, come già Hulu poco tempo fa, annuncia che prima che il sito abbandoni Flash per html5 ci vorrà un bel po’ di tempo. The emerging HTML5 standard, which is quickly being adopted by browser manufacturers and developers, offers native video-playback and animation tools that don’t require Adobe’s Flash plug-in. However, while HTML5 handles the basics of video, it lacks many of the extra features that sites like YouTube, Vimeo and Hulu currently offer through Flash-based video players. (via wired) Categorie: Blog
Uccelli di voliera
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CiulatinaBerlusconi in visita in Brasile ha raccontato la sua solita barzelletta da gretto leghista brianzolo. Abbiamo ormai fatto l’abitudine anche alla vergogna. Categorie: Blog
WikiPad
Quotidiani Ho comprato pochi quotidiani di carta in questo mese. I due che compro di solito sono per ora disponibili gratis su iPad belli imbottiti di pubblicità. Le app per iPad di Corriere e Repubblica sono molto simili e molto elementari, assomigliano ad un normalissimo PDF e certamente non offrono nulla di speciale che le faccia preferire alla versione cartacea. Personalmente le trovo molto meno interessanti dei rispettivi siti web. La lettura di Repubblica per iPad è semplificata un po’ dal doppio tocco sull’articolo che lo adatta alla pagina, sul Corriere devi invece ridimensionare a manina. Un po’ una palla, alla lunga. Se le cose restano cosi’ il giorno in cui le edizioni per iPad passeranno (inevitabimente) a pagamento non avrò troppe ragioni per preferirle alla versione cartacea esclusa quella della immediatezza della consultazione. Albiceleste dice: Raffaele dice: Navigazione Navigare sul web su iPad è molto semplice ed intuitivo. La mancanza dei tab è certamente fastidiosa (piu’ fastidiosa che su iPhone per esempio) e verrà come e’ noto superata dalla prossima versione del software. Safari ha alcune rigidità assurde: quella che mi infastidisce maggiormente è la posizione del tasto che apre le vare finestre del browser, sacrificato fra il tasto FWD e quello dei segnalibri. Un posto cretino per una funzione importante che si usa in continuazione. Se il designer della interfaccia di Safari per iPad è un masochista potrebbe almeno consentirci di personalizzare la barra. Altro problema di interfaccia è quello della minima distanza fra la form degli indirizzi ed il titolo della pagina subito sopra (toccando il quale, come e’ noto, nelle pagine web molto lunghe si ritorna rapidamente in alto ). Cosi accade che molto spesso che si cerchi di fare lo scrolling in su’ e, per errore, si richiami la tastiera virtuale. Insomma il touch su safari è molto spesso una attività di eccessiva precisione. Basterebbe poco per migliorarla. Libri Leggere libri (per periodi prolungati) su iPad è per conto mio fastidioso. La retroilluminazione si fa sentire ed anche riducendo la luminosità (non e’ un caso che iBooks abbia un tastino dedicato che pero’ purtroppo non mantiene i settaggi una volta chiuso) leggere a lungo appesantisce gli occhi (i miei occhi almeno). Il software non è minimamente paragonabile per usabilità a quello di Kindle ma lo schermo e’ il vero discrimine (anche la lettura sulla app di Amazon o su Goodreader crea i medesimi problemi) e non serve molto avere un ottimo browser per sfogliare i libri se poi dopo un’ora che leggi hai gli occhi gonfi. Il formato epub è una panacea e una grande furbata di Apple che strizza l’occhio (ma non ditelo agli editori là in giro) a molti testi facilmente rintracciabili in rete. Jobs come sempre ha i piedi su molte staffe differenti. In questo mese Apple ha aggiornato iBooks rendendolo compatibile con i PDF, tagliando le gambe a molti poveri sviluppatori e spernacchiando quanti in questi primi tempi avevano acquistato i loro software. Ma si sa Apple fa un po’ quello che le pare ed in ogni caso non sono molti quelli che protestano. Federico Fasce dice: Lo schermo Lo schermo di iPad è fantastico, un utilizzo casalingo per vedere video o film (ma anche programmi TV a risoluzione decente come quelli di Rai HD delle partite del mondiale di calcio) è piacevolissimo. In abbinamento con AirVideo è possibile disporre al volo, in streaming e senza alcuna conversione (a differenza di quanto avviene su Apple TV) di tutta la propria libreria video residente sui computer della rete casalinga. Chi usa EyeTV di Elgato ha una app che tramette il segnale TV sulla propria LAN o via Internet. Da ricordare: in condizioni di forte illuminazione naturale lo schermo di iPad è praticamente illeggibile (non solo per i libri o per i film, provato con le mie palle degli occhi in una mattina di sole in spiaggia in Versilia). Camillo dice: andrea sfiligoi dice: Portabilità e alimentazione E’ un mese che viaggio con l’iPad sotto braccio. Non ho mai preso con me borse, cavi e cavetti (l’iPad sta nella sua dock di sera e si ricarica). Dopo i primi giorni si smette perfino di controllare la batteria residua che in un utilizzo normale giornaliero (web, email, qualche video, posta) resta sempre e comunque abbondantemente oltre il 50% anche dopo molte ore. E’ obbligatoria una custodia, che l’oggetto e’ fragile e per essere utilizzabile ha bisogni di essere tenuto in qualche maniera in posizione idonea. Ci vuole quindi una custodia-leggio e non una semplice protezione. Io ho quella di Apple che costa molto, si sporca assai, e’ fastidiosa al tatto ma fa il suo lavoro. Nel tempo verra sicuramente fuori qualcosa di meglio. Marco dice: Tastiera La tastiera virtuale, specie utilizzata in orizzontale, è un buon compromesso. Si impara ad usarla in fretta e, per lo meno per la posta elettornica è piu’ che sufficiente. Per utilizzi più intensivi funziona molto bene l’accoppiata di iPad con la tastiere BT di Apple (che e’ anche molto facilmente trasportabile). La tastiera virtuale ha però un ENORME limite: non ha i tasti freccia, che in una scrittura senza mouse (il dito e’ il puntatore e toglierlo dalla tastiera per portarlo allo schemo non risulta troppo naturale) sarebbero molto utili per navigare dentro il testo. Scrivere un post sull’editor di WP e dover scorrere il testo trascinando il dito sulle frasi già scritte è una cosa demenziale che mi sarei risparmiato volentieri. Giochi Federico Fasce dice: Sono da evitare tutti i titoli che creano un joypad virtuale sullo schermo. Questa soluzione, infatti, oltre a coprire parte della visuale e a interferire spesso e volentieri con l’azione di gioco, non è affidabile. Il controller virtuale risponde male e risulta difficile da padroneggiare. Meglio i giochi che, per natura o per progettazione, sfruttano il touchscreen in modo furbo. Cito flight control e canabalt, che con il salto su uno schermo più grande guadagnano parecchio, e il meraviglioso Plants vs. zombies, che ha davvero poco da invidiare alla versione per mac. Poi si aprono nuove possibilità per gli amanti dei giochi da tavolo. È già presente qualche classico come Scrabble, ma se si cerca qualcosa di più consiglio Small Worlds, un simil-risiko in chiave fantasy per due giocatori e Carcassonne, per ora solo in versione iPhone che però presto diventerà universal. Chi avesse altre impressioni d’uso da aggiungere le scriva nei commenti (o me le mandi via mail) che le aggiungiamo qui sotto. Categorie: Blog
Anteprima Punto InformaticoContrappunti su Punto Informatico di domani. *** I più antichi fra i blog italiani si avvicinano ormai alla soglia dei dieci anni di età. Alcuni fra i più longevi sono stati infatti aperti fra il 2001 ed il 2002. Ebbene io ricordo che già allora la discussione che sta attraversando in questi giorni molti siti web americani era viva ed intensa: tutti a chiedersi se fosse giusto o sbagliato consentire sulle proprie pagine i commenti dei lettori, se fosse giusto moderarli, se fosse il caso o meno di consentire contributi in forma anonima. A quei tempi la discussione riguardava forzosamente quasi soltanto i neonati blog, visto che non erano molti i siti web editoriali (Punto Informatico era uno di questi) che consentissero ai propri lettori di partecipare alla “conversazione” intervenendo a margine degli articoli pubblicati. Le discussioni avvenivano in gran parte altrove, sui gruppi di discussione delle varie gerarchie internazionali, sui forum e all’interno delle mailing list, ambiti di rete tipicamente riservati ad una utenza avanzata, in grado di dominare simili strumenti. Frequentando quei luoghi chiunque in breve tempo imparava l’uso di termini come “lurker” o comprendeva chi fossero i “troll” e perché certe discussioni generassero così tanto rumore di fondo. Oggi, a differenza di allora, la discussione sulla “licenza di commento” riguarda buona parte delle pagine web, visto che ormai, tecnicamente parlando, tutti i siti web sono dei blog: esattamente come accadeva fra i protoblogger di un decennio fa, solo all’editore del sito spetta la scelta di consentire gradi più o meno elevati di interazione con i propri lettori. La tendenza generale dei grandi siti web editoriali americani, riassunta in un articolo del New York Times di qualche tempo fa è quella di un certo disincanto che ha preso il posto dei precedenti entusiasmi. I commenti continuano ad essere considerati un valore ma la loro moderazione tende ad essere sempre maggiormente invocata e con essa anche la pretesa di una certa responsabilità anagrafica che vada a sostituire nicknames ed altre forme di anonimato più o meno spinto. Le ragioni di simili scelte sono intuitive: da un lato si riconosce il valore di completamento informativo che i punti di vista dei lettori in molti casi possono offrire (Dan Gillmor, noto giornalista tecnologico californiano, anni fa sosteneva che c’era sempre qualcuno fra i suoi lettori che ne sapesse più di lui) dall’altro esiste una ovvia necessità di cautelarsi nei confronti della ampia marea di commenti irrilevanti (ma anche offensivi, fuori tema, ecc) capace di ottenere il risultato opposto: diluire il valore informativo dentro migliaia di altre parole, ripetitive ed inutili. A complicare ancora di più lo scenario va considerato che i commenti sono grandi moltiplicatori di “pagine viste” e le “pagine viste” sono la linfa stessa di moltissimi siti web: capita sovente che alle valutazioni sacrosante di estrazione giornalistica sull’eventuale svaporamento contenutistico si sovrappongano meno alte ma più concrete ragioni di opportunità commerciale: meglio un troll che generi centinaia di commenti fiammeggianti piuttosto che un articolo corredato da un paio di isolati commenti illuminati. La mia personale esperienza di questi molti anni di blogging (su un blog con i commenti da sempre aperti e non moderati) e di scrittura sul web è che la qualità dei commenti sia influenzato fortemente del contesto e dal numero di visitatori. Se i lettori sono poche decine sarà complicato ricevere commenti interessanti, se i lettori sono molte migliaia esisteranno problemi opposti di rumore di fondo e rapida conflittualità. Conta poi, ovviamente, anche il tono ed i temi trattati: più gli argomenti saranno generali e popolari e maggiore sarà il numero dei commentatori capaci di superare la barriera psicologica della pubblicazione. Ma al di là di simili considerazioni resta essenziale una valutazione complessiva di architettura di rete: Internet è, da sempre, una immensa ragnatela di pensieri collegati, non possiamo dimenticarcelo quando ci fa comodo. Che questi pensieri abitino nello stesso luogo fisico o a un link di distanza non è in fondo troppo differente. Restano invece enormi differenze di contesto che separano in maniera netta i commenti su un piccolo blog amatoriale da quelli a margine di un articolo di un grande quotidiano e non c’è dubbio che non possa esistere una formula buona per tutti. Forse la celebre frase di Gilmmor potrebbe oggi essere rivista affermando che certamente esistono quasi sempre lettori che ne sanno di più di chi scrive, ma che la scommessa è trovare il modo naturale attraverso il quale quelle parole abbiano l’opportunità di emergere ed arrivare fino a noi. Una complicata faccenda di ecologia informativa che certamente non si risolve chiedendo semplicemente ai propri commentatori di favorire nome cognome e codice fiscale. Categorie: Blog
Ti preparo una tortaGiorgio Napolitano si è ammalato della sindrome del quotidiano la Repubblica. Più la china del paese peggiora (siamo ormai in caduta libera) e più lui perde di vista il proprio ruolo. L’ultima uscita (quella che Luca definisce giustamente “da blogger”) è più ridicola che appassionata e soprattutto basata sul nulla costituzionale. Cita impedimenti al legittimo impedimento che non sono scritti da nessuna parte, esprime punti di vista ufficiali basati sulla lettura dei giornali (e lo scrive pure), scende in campo su questioni che certamente lo riguardano come uomo ma non come Presidente della Repubblica. Non sfugga a nessuno che la confusione dei ruoli è uno degli effetti peggiori dettati dall’agenda politica di questo sciagurato governo. Tutti parlano di tutto, nessuno sa niente di niente. In questa vaghezza senza punti di riferimento ogni bestialità, come il giochetto di Berlusconi su Brancher, guadagna un suo equilibrio fra posizioni differenti urlate con uguale forza. Nulla importa, in quella che De Biase chiama giustamente da tempo, la strategia della disattenzione. In una situazione drammatica come questa la discesa in campo di Napolitano, esattamente come la trasformazione di Repubblica in un contraltare politico ai media governativi, non è l’atto estremo di una resistenza alla quale tutti noi vorremmo iscriverci, ma una sciagurata concessione all’avversario. Il Presidente faccia il Presidente, i giornali facciano buon giornalismo, tutto quello che viene oltre è farina buona per le torte avvelenate del Premier. Categorie: Blog
InfopornographicsCategorie: Blog
Toccati spesso
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Not in my nameIl CT della Nazionale di calcio Marcello Lippi (uno degli uomini più antipatici della nazione ma questo è tutto un altro discorso) esce dal campo senza salutare e senza stringere la mano all’ avversario slovacco che lo ha appena sconfitto. Ora il signor Lippi, nel caso specifico, laggiù nelle tristi lande sudafricane, rappresenta non solo se stesso ed il suo mood umorale di maleducato antipatico, ma purtroppo, anche me e qualche dozzina di milioni di altri italiani. Ne discende che lui, quella mano, per amore o per forza, l’avrebbe dovuta stringere comunque (o anche solo per contratto visto che lo pagano per quello) in quanto rappresentante momentaneo (fortunatamente momentaneo) di una intera nazione che si supporrebbe meno cafona di lui. Invece Marcello Lippi, cui non difetta lo spirito dialettico (ci ha riempito evidentemente gli ampi vuoti lasciati dalla sua fuggita educazione) dopo una simile figura trova il modo di dilettarsi, nella successiva conferenza stampa, nel numero del canzonamento del giornalista ugandese. Personalmente non disdegnerei avere indietro i soldi. Categorie: Blog
Circolate circolateCategorie: Blog
Without trombette
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Perchè ho la faccia incazzata?In questo paese tutto è possibile. Da Repubblica di oggi: A scalpitare per una promozione telefonica stavolta non è più Stefano Parisi bensì Luca Luciani, ad di Tim Brasil da gennaio 2009. Luciani, famoso al popolo internet per la gaffe di «Napoletone vincente a Waterloo», s´è presentato a Geronzi grazie ai buoni uffici del dg Raffaele Agrusti e di suo fratello Michelangelo, ex democristiano vicino a Martinazzoli e oggi titolare della società Onda che fornisce a Telecom le chiavette per i collegamenti al web. Luciani non ha fatto mistero di voler prendere il posto di Franco Bernabè, magari affiancato in una posizione operativa dall´esperto Mauro Sentinelli, guarda caso dal marzo 2009 presidente di Onda ed entrato nel cda Telecom lo scorso aprile sostenuto dall´asse dei fratelli Agrusti. (via stefano quintarelli) Categorie: Blog
AnniversariIn questi giorni sono circa dieci anni e mezzo da quando io ed Alessandra abbiamo deciso di mettere le tende in uno dei bagni di casa. Categorie: Blog
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